Il formidabilmonte

Il Vesuvio nelle fotografie dell’archivio Alinari

Quando nel 1852 i Fratelli Alinari aprirono il loro laboratorio fotografico a Firenze, allora capitale del Granducato di Toscana, non avrebbero certo immaginato che, a distanza di quasi 170 anni, sotto il loro nome si sarebbe raccolta la memoria visiva di un Paese, allora ancora in via di costituzione. Il loro contributo alla formazione della nostra cultura visuale, al nostro modo di guardare ancora oggi il paesaggio e l’arte italiani è stato importantissimo. Così come l’opera di diffusione al di fuori dell’Italia del nostro patrimonio culturale, non solo attraverso la vendita di soggetti a turisti e studiosi stranieri in visita alle nostre città ma anche tramite una strutturata rete di agenti e corrispondenti all’estero. Nel catalogo generale di vendita dello Stabilimento Alinari degli anni 1873-1887, la Campania e le città vesuviane compaiono con un considerevole numero di soggetti, incrementati ampiamente sotto la guida di Vittorio Alinari a partire dalla fine dell’Ottocento (con un servizio fotografico alla sommità del Vesuvio proposto nel catalogo del 1907, completamente dedicato alla Campania o napoletano) e ancora con campagne fotografiche sul sito archeologico di Pompei negli anni trenta del Novecento .

Nel secolo scorso sono poi confluiti in Alinari gli archivi di altri importanti fotografi attivi a Napoli come Chauffourier e Brogi (quest’ultimo con una produzione particolarmente ampia di soggetti campani, corrispondenti, alla fine dell’Ottocento, a quasi il 30 % dell’intero catalogo generale) ai quali si sono via via aggiunte collezioni fotografiche, le opere di atelier che contribuirono ad animare il clima culturale di Napoli come quelli di Robert Rive, Alphonse Bernoud, Giorgio Sommer, o album di fotografi amatoriali, spesso anonimi, che hanno documentato le eruzioni e i loro effetti devastanti su cose e persone, arrivando fino all’ultima eruzione del 1944. Un caso di particolare interesse è poi offerto dall’archivio Giorgio Roster, fotografo scienziato fiorentino che applicò la fotografia a vari campi di indagine scientifica.

Abbiamo attinto dal grande giacimento di immagini e di storie, che sono oggi gli Archivi Alinari, per articolare un racconto in due sezioni.

La prima Il Vesuvio – tra fotografia del Grand Tour e sperimentazione esplora per sintesi il panorama culturale di un’epoca, l’elaborazione di modelli iconografici in un periodo di grande interesse e richiesta di fotografie come souvenir di viaggio. La seconda Eruzioni racconta l’altra faccia del Vesuvio, quella minacciosa e distruttiva, con gli effetti devastanti della sua collera su cose e persone, attraverso un tipo di fotografia che, sempre più alla portata di tutti, si pone obiettivi di racconto, di documentazione di fatti e di emozioni.

Gli Alinari nel corso della loro imponente e strutturata attività di riprese, affidata con la gestione di Vittorio ad una qualificata schiera di operatori, hanno dato un’interpretazione professionale altissima del mezzo fotografico, intendendolo sempre come strumento per diffondere e far conoscere soggetti e contenuti che, replicabili, potevano viaggiare il mondo e attraverso strade impreviste servire a sostanziare studi, ricordi, storie, genesi creative.

A questa ‘regola aurea’ ci siamo ispirati nel tratteggiare il racconto sul Formidabil monte.

Gli Archivi Alinari da sempre sono riletti e interpretati grazie al dialogo con il contemporaneo. Per questo abbiamo scelto di chiudere il percorso con lo sguardo di Massimo Sestini che, con i suoi servizi realizzati nel 2016 dagli elicotteri della polizia di Stato, ha creato un nuovo modo di raccontare i maestosi orizzonti italiani.

Il Vesuvio – tra fotografia del Grand Tour e sperimentazione

Il Settecento era stato per Napoli il secolo d’oro del Grand Tour. La portata innovativa della scoperta di Ercolano e Pompei, che il Vesuvio aveva prima distrutto e poi sigillato, restituendo così un momento preciso di storia e di vita, aveva attirato l’attenzione di numerosi intellettuali e viaggiatori stranieri del Nord e dell’Est Europa. Una fortuna che perdurerà per tutto l’Ottocento sia pure con paradigmi variati: Napoli e le città vesuviane, ricche di bellezze artistiche e paesaggistiche ma anche di ‘pittoresco’ e di ‘sublime’, rimangono mete privilegiate sulle rotte del Grand Tour e, mentre si allarga la base sociale dei viaggiatori, nascono nuovi strumenti funzionali al viaggio, come le guide Baedeker, e nuovi mezzi di diffusione della conoscenza come la fotografia. Il formidabil monte diviene uno dei soggetti privilegiati di questa stagione: il Vesuvio come soggetto principale, visto dal ‘di dentro’ nella sua forza non domata di colate laviche o come sfondo di più ampie vedute archeologiche e paesaggistiche, con la inquieta vitalità del suo pennacchio fumante. La richiesta di fotografie come souvenir di viaggio contribuirà ad incrementare rapidamente a partire dalla metà del secolo il numero degli atelier nelle principali città d’arte italiane e a fare di Napoli una città straordinariamente ricca di fotografi.
Come i viaggiatori, molti degli stessi fotografi qui presentati sono originari d’oltralpe, come Gustave de Beaucorps, Alphonse Bernoud, Gustave Eugène Chauffourier, James Graham, Robert Rive, Giorgio Sommer. Alcuni come il conte de Beaucorps, talentuoso fotografo amateur, e il missionario fotografo itinerante James Graham, sono essi stessi in viaggio, e soggiornano a Napoli per periodi limitati. James Graham, di cui si presentano alcune immagini tratte da un prezioso album da lui composto e dedicato alla sorella, risulta a Napoli tra il 1857 e il 1864 (dove peraltro assiste la comunità anglicana nelle negoziazioni per la costruzione della chiesa promessa da Garibaldi nel 1860). Chauffourier è a Napoli nel 1870, prima di stabilirsi l’anno successivo a Roma per documentarne le trasformazioni. Altri come Bernoud, Rive, Sommer stabiliscono nella città partenopea sedi operative di una fiorente attività commerciale entrando in rapporto con fotografi ‘locali’ come Achille Mauri (che nel 1872 rileva lo studio e l’archivio di Alphonse Bernoud) e Michele Amodio. Altri ancora nel corso del secolo, come i fiorentini Alinari e Brogi, che aprirà una filiale a Napoli nel 1879, lavorano a ‘cataloghi ‘ monumentali sull’Italia in cui il Vesuvio non può mancare.
Alinari è presente a Napoli già nel 1864, ancora con il fondatore Leopoldo, per fotografare il Museo Nazionale.
A seguito della prematura morte di Leopoldo nel 1865, la campagna fotografica non compare nel catalogo di quell’anno ma nel catalogo generale del 1873, quando i fratelli Giuseppe e Romualdo sono a capo dello Stabilimento. Prima del 1868 gli Alinari sono presenti a Napoli anche con un negozio in Palazzo Nunziante a Largo Pace successivamente trasferito in piazza Santa Caterina a Chiaia 1 e poi in via Calabritto 26.

La selezione qui proposta permette anche di cogliere alcune tappe del progredire delle tecniche fotografiche e del progressivo cambio di visione lungo il secolo: dalla veduta del Golfo di Napoli con Vesuvio di Beaucorps, da un raro negativo su carta della metà del secolo, ai tentativi di restituire il mondo a colori, con colorazione manuale e con procedimento fotomeccanico in due vedute degli scavi di Pompei, allo scadere del secolo, e nelle diapositive colorate a mano dell’archivio Roster.
Significativamente il percorso si apre con una fotomicrografia di cenere vulcanica del Vesuvio, del fotografo scienziato Giorgio Roster, un esempio di applicazione della fotografia all’indagine scientifica nell’ambito della cultura positivista di fine Ottocento, che coltiva la fiduciosa illusione che la conoscenza possa permettere il controllo degli eventi.
L’immagine ottocentesca del Vesuvio nella fotografia del Grand tour è un soggetto ancora per lo più legato a modelli pittorici: ripreso da lontano, come sfondo di un paesaggio quieto, non sembra incutere vero timore. Un vulcano ‘messo in posa’ per il piacere di turisti e viaggiatori a passeggio per il Golfo, il Paese del Sole.
Il Vesuvio è meta di gite e scampagnate, esplorazioni di turisti e scienziati che indagano sulla materia lavica, come il fotografo Frank A. Perret che collabora agli inizi del ‘900 con l’osservatorio Vesuviano, costruito nel 1845. Dal 1880 è anzi possibile ascendere con la funicolare, anche se nell’ultimo tratto, per raggiungere la sponda del cratere, molti turisti vengono trasportati su una portantina.
Tuttavia qualcosa stava cambiando: nel 1872 il Vesuvio erutta e la fotografia documenta l’evento.
Il vulcano mostra il suo volto feroce. La lava, scultorea nelle fotografie della metà del secolo, ora è esplosiva e le macerie occuperanno l’inquadratura togliendo la visuale agli ampi panorami.
Nella seconda metà dell’Ottocento, l’attenzione di alcuni degli stessi fotografi ‘commerciali’ si volge quindi a temi di attualità, a grandi eventi catastrofici, a fatti da documentare; di pari passo con l’evoluzione della tecnica i tempi di posa si accorciano, le macchine fotografiche si fanno più maneggevoli, agili, precise.
Tra i primi, Alphonse Bernoud, che realizza in tempi precoci, nel 1857, un vero e proprio reportage sul terremoto lucano e come Sommer documenta l’eruzione del 1872. Intanto a fine secolo si diffondono i giornali illustrati che cominciano a raccontare gli eventi, un modo di vedere che porterà alla nascita del fotogiornalismo.
Anche la produzione fotografica legata al Grand Tour era destinata a mutare sul finire dell’800, via via che si perdeva il sapore avventuroso del viaggio nel sud Italia, mentre dei luoghi viene fornita un’immagine ‘stereotipata’ diffusa con la vendita di raccolte fotografiche in album e poi con la cartolina postale.
Con il Grand Tour si erano tuttavia creati modelli di ‘ visione’, un’iconografia la cui onda lunga arriva ben addentro il XX secolo, che scopriamo come imprevista fonte di ispirazione per la realizzazione della serie Vesuvius di Andy Warhol, il quale utilizzò, oltre ad una cartolina postale titolata Eruzione al 1913, la fotografia di Giorgio Sommer con l’eruzione del Vesuvio del 1872, la prima immagine della successiva sezione ‘Eruzioni’.
Il quadro qui sinteticamente tracciato si articola nel percorso espositivo in 4 itinerari: Lava, Napoli e il Vesuvio, Pompei ed Ercolano, Passeggiate vesuviane.

Eruzioni

I soldati abbrustolivano i toast al calore della lava del Vesuvio. E i caccia americani, nell’onirico racconto che ne fa Curzio Malaparte nella “Pelle”, si andavano a schiantare contro la “nube di seppia” che incombeva come una cappa di morte sul Golfo di Napoli. Era il 1944. In quella primavera dal vulcano esplosioni, terremoti, piogge di cenere e fontane di lava si aggiunsero al frastuono della guerra. Migliaia di persone fuggirono da Ercolano, Torre del Greco, Ottaviano, Somma, San Giuseppe, Boscotrecase e le altre città delle pendici verso campagne lontane e sicure.


Furono settimane di disperazione, di case distrutte e vite deportate. Poi la forza dell’eruzione si esaurì, il condotto principale si chiuse per i collassi e gli accumuli di materiale, la montagna si acquietò. Il pennacchio più famoso del mondo, per secoli un obbligo in disegni e racconti di vedutisti e viaggiatori, sparì. Il Vesuvio – insieme al Somma, il monte gemello – sprofondò in un sonno che dura da 77 anni.
Le eruzioni sono l’altra faccia dell’oleografia del vulcano, e anche il terrore delle popolazioni che comunque ne abitano le pendici. Quella del 79 dopo Cristo immobilizzò in un calco eterno Pompei, Ercolano e Stabia e uccise Plinio seniore: con la sua violenza devastante fu ciò che i vulcanologi definiscono un fenomeno esplosivo di tipo pliniano, dalla descrizione che ne fece Plinio il giovane nelle lettere a Tacito, al quale raccontava di una nuvola “a forma di pino” che ricadendo bersagliava paesini vicini e lontani.
Da quel momento il Vesuvio non restò in silenzio: brontolava e eruttava incombendo sul paesaggio, periodicamente si infuriava. Nel dicembre del 1631 a Napoli, durante un catastrofico risveglio dopo cinque secoli, furono esposte la ampolle col sangue di San Gennaro per evitare che la rovina si abbattesse sulla città. Poi, fino a praticamente ieri, lo sterminator Vesevo cantato da Leopardi si è stabilizzato in un regime di attività semi-persistente: questa fase della sua vita è stata divisa dai vulcanologi in 18 cicli, che si concludono con eruzioni potenti, “parossistiche”.

La mostra offre quattro istantanee dei due ultimi secoli. La prima ha come data di riferimento il 26 aprile del 1872. L’allora direttore dell’Osservatorio vesuviano, Luigi Palmieri, ne scrisse una descrizione accuratissima. L’eruzione lasciò morti e feriti fra quanti si erano avventurati in quota per assistere a quello che si annunciava come uno show pirotecnico e raggiunse, distruggendole in parte, Ottaviano e Massa di Somma, bersagli ricorrenti della furia vesuviana durante i secoli.
Il risveglio del 1895, invece, viene soprattutto ricordato perché le discese di lava, continuate fino al 1899, diedero origine a due nuove colline: il colle Margherita e il colle Umberto, così battezzati in omaggio ai Savoia regnanti.
L’eruzione del 1906, terza tappa dell’itinerario fotografico nell’ esibizione, fu la più distruttiva del ventesimo secolo. Invase Boscotrecase, San Giuseppe, ancora una volta Ottaviano e provocò oltre duecento morti, undici anche a Napoli nel crollo di una tettoia. Fra i testimoni diretti c’era l’abate Giuseppe Mercalli – poi, dal 1911, direttore dell’Osservatorio vesuviano. La devastazione durò dal 4 al 21 aprile, e l’inventore della omonima scala sismica trascorse quei giorni sempre nella zona del pericolo. “Un fatto mi impressionava – raccontò – ed era che io sentivo, a brevi intervalli, sussultare fortemente il suolo sotto i miei piedi”. I suoi accompagnatori lo esortavano a partire, perchè “oggi il Vesuvio è brutto”.
Nuove bocche laviche e una nube eruttiva in costante crescita accompagnarono le scosse. Il cono interno crollò. La vetta si abbassò di quasi cento metri, le ceneri arrivarono fino in Puglia.

Arrivarono infine le tremende settimane del 1944, raccontate da Norman Lewis e Malaparte e ancora vive nella memoria dei più anziani. Da allora la montagne tace, ma la gente del Golfo continua a scrutare con ragionevole apprensione le sue cime.

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